
Meloni ha trasformato la sua popolarità in una tattica politica, ma senza alcuna prospettiva...
Giorgia Meloni appare oggi a molti cittadini, non solo italiani, come una leader internazionale credibile. Se da un lato va riconosciuta la sua posizione istituzionale, dall'altro è legittimo chiedersi come questa possa conciliarsi con i metodi politici attraverso i quali, nel corso degli anni, si è costruito il consenso che l'ha portata a Palazzo Chigi.
La strategia attraverso la quale si è ottenuto questo successo ha di fatto minato le fondamenta stesse di una politica efficace, istituzionalizzata e quindi responsabile, pienamente consapevole dei vincoli esterni e dei limiti della realtà durante la governance, con un modello di propaganda basato principalmente sulla demagogia e sulla manipolazione oclocratica. Ben lungi da quanto fatto in seguito, ciò può essere affermato oggi con ragionevole certezza.
Da un lato, il meccanismo porta sicuramente aspetti positivi, poiché sottolinea ancora una volta il potere dell'istituzionalizzazione, che è innanzitutto il potere dello stato di diritto, che in un certo senso obbliga i leader di governo e le forze politiche diventate maggioritarie, anche le più anti-establishment, a restare ancorati a un nucleo di governance responsabile, che non è altro che un quadro di riferimento per la stabilità complessiva del Paese.
D'altro canto, però, ciò riduce la cassetta degli attrezzi e gli strumenti tattici per la ricerca del consenso, prolungando al contempo la durata di una competizione elettorale in cui, di fatto, tutto è concesso. Il valore dell'istituzionalizzazione, privato di principi guida, finisce per costruire modelli politici su presupposti diversi da quelli che li hanno originariamente ispirati, inevitabilmente indirizzandoli verso altri obiettivi, spesso legati a motivazioni di sopravvivenza politica e di autorigenerazione individuale.
Se è chiaro che la democrazia rappresentativa tende a dimenticare, ci si potrebbe chiedere chi sia la vera Giorgia Meloni: un primo ministro sicuro di sé, quasi un punto di riferimento per la leadership occidentale, o una ruspa dell'opposizione capace di ripetere stupidaggini su stupidaggini, solo per attirare l'attenzione della gente. La disonestà di Meloni risiede proprio nel suo capitalismo calcolatore, che genera come prodotto finale la propria istituzionalizzazione, intenzionale o meno.
Tuttavia, è giunto il momento che tutti i leader prendano decisioni concrete e definitive, che devono essere perseguite fino in fondo. Qui, la posizione di Meloni sembra chiaramente cambiare: si consideri la proposta di garanzia di sicurezza per Kiev, modellata sull'Articolo 5 della NATO. Il Primo Ministro la sostiene in caso di aggressione, ma allo stesso tempo ribadisce la sua scarsa disponibilità a inviare truppe in Ucraina per operazioni di mantenimento della pace.
Anche in questo caso, sono note le esitazioni sulla difesa comune, così come la riluttanza ad avviare una discussione efficace sul superamento della regola dell'unanimità, tanto cara, tra gli altri, al nostro amico Viktor Orbán (che continua, come esempio lampante, a bloccare il sostegno militare dell'UE agli ucraini in difficoltà), che paralizza noi europei, rendendoci irrilevanti.
In questo caso, Meloni si ferma sempre prima di prendere una decisione concreta, sottolineando la sua scarsa ambizione, frutto di una mancanza di visione e di lungimiranza politica di fondo. Pertanto, il Primo Ministro può continuare a limitarsi, introducendo nel dibattito e sottolineando solo coloro che la aiutano a ottenere un sostegno immediato.
È proprio di fronte a queste debolezze che deve entrare in gioco un'offerta politica alternativa degna di questo nome, un'offerta che possa spingerla oltre la sua esistenza sostanzialmente immobile: con la forza che conosce e un po' di ambizione (che le manca), potrebbe in realtà fare molto di più, se volesse svolgere il ruolo di una vera leadership europea: un'opposizione che lo grida sembra finora mancare a se stessa.
Di fronte a un governo che non offre risposte per l'economia e l'occupazione, composto da classi dirigenti modeste che scelgono di attribuire le scarse risorse disponibili al passato invece di elaborare una visione per il Paese nel futuro, coloro che devono costruire un'offerta credibile per contrastarlo o non sono in grado di costruire ponti tra diverse famiglie e radici politiche, oppure non sono in grado di unire diversi gruppi sociali su una piattaforma ampia.
Nessuno si aspetta che emerga una forza che si presenti alle elezioni come l'apice del populismo e, una volta al potere, attui tutte le riforme di cui l'Italia ha bisogno, in un harakiri del dovere che potrebbe durare, al massimo, cinque anni. Ma un riformismo che riconquisti la fiducia di molti, al di là delle ambizioni liberali o presunte tali, è certamente possibile.
Il riformismo è l'unica sfera politica che interpreta la realtà mutevole e cerca, o dovrebbe cercare, i mezzi adeguati per gestirla. Semplicemente perché questo è ciò che conta per le persone, nella conduzione quotidiana (o nel perseguimento) di una vita dignitosa. Tuttavia, troppo spesso prevale la trappola di concentrarsi su questioni distanti, trattate anche in termini troppo superficiali o, peggio ancora, ideologici.
Concentrarsi sulle campagne Propal non sembra sufficiente, anche se il sostegno ai civili palestinesi, se così fosse, è certamente un compito, insieme alla ricerca di soluzioni sostenibili per quella zona del mondo.
A ogni livello nazionale, c'è un problema di alternative: nessuno, nemmeno chi riesce a creare una proposta unitaria, è poi in grado di far prevalere quella spinta riformista e di avere un impatto decisivo sulle vere questioni che contano per le persone. Senza questo slancio, la destra continuerà a vincere, nella sua inerzia e mediocrità, perché la controproposta non ha ancora capito come competere. / Tratto da "Pamphlet" di "Linkiesta"
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