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Politike30 Mars 2026, 09:41

La Georgia a un bivio: nuovo governo o elezioni anticipate?

Shkruar nga Anselmo Del Duka
La Georgia a un bivio: nuovo governo o elezioni anticipate?
Giorgia Meloni, Primo Ministro italiano /

A casa di Meloni, tra cene con gli alleati e timori di un governo tecnico, si delinea il destino dell'Italia. Basterà la "riorganizzazione chirurgica" per evitare elezioni anticipate?

Agire d'impulso o permettere una graduale erosione del potere? Tentare una ripartenza decisa del governo e resistere per un altro anno, oppure puntare a elezioni parlamentari anticipate?

Questo è il dilemma quasi shakespeariano che si trova ad affrontare la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, duramente colpita dalla sconfitta referendaria. In termini di consenso popolare, ha goduto di una "luna di miele" insolita nella storia della repubblica, durata tre anni e mezzo.

Ma questo ciclo si è concluso con la vittoria del "No" al referendum, un risultato che il primo ministro ha negato fino all'ultimo momento e che, quando ha ammesso, era ormai troppo tardi. Ora il pericolo sta nelle reazioni affrettate, soprattutto di fronte a sondaggi negativi.

Dopo diverse mosse per allentare la pressione (come il licenziamento di figure quali Santanchè, Delmastro e Bartolozzi), Meloni ha scelto di non esprimersi pubblicamente, ma di riflettere. Venerdì sera ha ospitato a cena a casa sua i vice primi ministri Tajani e Salvini per discutere i prossimi passi, ascoltando al contempo il malcontento degli alleati per il predominio dei Fratelli d'Italia.

Lei e l'intera coalizione si trovano di fronte a una scelta: una riorganizzazione capillare del governo o nuove elezioni parlamentari. Un accordo per la fine dell'attuale legislatura potrebbe passare attraverso una "riorganizzazione chirurgica".

Ciò può includere interventi limitati, con alcuni cambiamenti e volti nuovi,

ma senza scatenare una vera e propria crisi di governo. Sono in gioco diverse posizioni ministeriali e di sottosegretariato, ma anche possibili cambiamenti più importanti, nonché l'ingresso di nuove figure influenti.

Nel frattempo, l'alternativa è quella di indire rapidamente nuove elezioni, magari già nella seconda metà di giugno, per cogliere impreparata l'opposizione di sinistra, che sta ancora cercando di unirsi in un fronte comune e di risolvere la questione della leadership.

Tuttavia, questo percorso si scontra con tre ostacoli principali. Il primo è il difficile contesto internazionale, caratterizzato da guerre in corso e da una crisi economica sempre più grave.

Il secondo problema è la mancanza di una nuova riforma elettorale, che potrebbe portare a un risultato senza un vincitore chiaro.

Il terzo punto riguarda il ruolo della Presidenza della Repubblica, ovvero la reazione di Sergio Mattarella in caso di dimissioni di Meloni per aprire la strada alle elezioni. Molti analisti ritengono che in un simile scenario il presidente non scioglierebbe immediatamente il Parlamento, ma avvierebbe consultazioni per verificare la possibilità di una maggioranza alternativa.

Anche in assenza di Meloni, non si può escludere la possibilità di un governo "neutrale" o "tecnico", come già visto in passato in Italia. Uno scenario del genere eviterebbe elezioni immediate e permetterebbe di gestire una fase di transizione.

Vale la pena per Meloni rischiare di perdere Palazzo Chigi per andare alle urne? In linea di principio, no. Il potere è amministrato meglio dal governo che dall'opposizione. Tuttavia, bisogna tenere presente che i prossimi mesi potrebbero imporre decisioni economiche difficili e impopolari.

Si avvicina la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza (NRRP), che finora è stato uno dei principali fattori che hanno contribuito a evitare la recessione.

A ciò si aggiungono le conseguenze dei conflitti in corso e delle misure temporanee, che sembrano

che non riescono mai a essere del tutto sufficienti. L'intervento sulle accise si è esaurito in brevissimo tempo, mentre il decreto fiscale recentemente presentato è stato respinto senza esitazione da Confindustria, tra numerose critiche anche da parte di altri attori.

Da questo punto in poi, pur entrando in un territorio che sfiora i limiti della speculazione politica, non è difficile prevedere che misure dure e impopolari avrebbero un impatto negativo diretto sul consenso pubblico.

Da questa prospettiva, condividere la responsabilità di queste decisioni con l'opposizione e sotto l'egida di un governo neutrale costituirebbe indubbiamente un sollievo politico. Il Partito Democratico difficilmente potrebbe sottrarsi al coinvolgimento, come già accaduto in passato con i governi Monti e Draghi, soprattutto a fronte delle pressioni previste dal Quirinale (presidenza).

A questo punto, il potere decisionale spetta alla destra, ma in particolare alla stessa Meloni, più che a Salvini o Tajani, visto che la sua leadership rimane indiscussa e gli alleati non mostrano segni di voler rompere il patto che tiene unito il centrodestra.

Pertanto, il fattore decisivo rimane il tempo. Il Primo Ministro deve decidere rapidamente quale strada intraprendere. La stagnazione, o una sorta di stallo nel Paese, costituirebbe lo scenario più sfavorevole possibile per il centro-destra. / Opuscolo di "Linkiesta"

giorgia meloni qeveri e re zgjedhje të parakohshme

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