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Editorial 5 Maj 2026, 10:54

Meglio una fine terribile che un orrore senza fine.

Shkruar nga Gjergj Zefi
Meglio una fine terribile che un orrore senza fine.
Stretto di Hormuz /

Dall'illusione di una rapida vittoria al panico dei mercati, la crisi iraniana si sta trasformando nella prova più dura per la diplomazia occidentale: o una dolorosa soluzione politica immediata, o un lungo conflitto che il mondo intero pagherà a caro prezzo...

Inizialmente fu presentata come una guerra breve. Un attacco rapido, un regime in preda al panico, un nuovo ordine che sorgeva dalle rovine degli ayatollah. Per giorni, forse settimane, si parlò di un Iran sottomesso, di un Medio Oriente riorganizzato e di una vittoria che avrebbe garantito la sicurezza del mondo.

Oggi la realtà è ben più fredda e pericolosa. Il regime di Teheran non è caduto. La guerra non è finita. Lo Stretto di Hormuz è diventato il nervo scoperto dell'economia globale. I prezzi del petrolio si attestano sopra i 100 dollari al barile, mentre il Brent si aggirava intorno ai 114 dollari, in un mercato guidato più dalla paura geopolitica che dalla logica economica.

È a questo punto che la propaganda iniziale si scontra con la realtà. Perché le guerre raramente finiscono secondo gli scenari elaborati in uffici sicuri, lontani dai porti, dai mercati, dai cittadini che pagano per il carburante, il pane e l'energia.

In questa crisi, nessuno ne esce vincitore. Gli Stati Uniti cercano di mantenere la propria autorità di garanti della libertà di navigazione. L'Iran cerca di dimostrare di essere invulnerabile. Israele cerca di smantellare l'architettura militare di Teheran. L'Europa cerca la stabilità, ma scopre ancora una volta quanto sia fragile quando le crisi energetiche si scatenano al di fuori dei suoi confini. Nel frattempo, i cittadini, dall'Asia ai Balcani, non prestano più ascolto alle dichiarazioni dei comandanti militari; vedono solo i prezzi salire inesorabilmente di ora in ora.

Lo Stretto di Hormuz non è solo una mappa sugli schermi televisivi. È la porta d'accesso a una parte vitale dell'approvvigionamento globale di petrolio, gas, fertilizzanti e beni strategici. Lo stretto è praticamente chiuso dall'inizio degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, con conseguente impennata dei prezzi in tutto il mondo.

Ecco il brutale dilemma della diplomazia: è meglio una fine terribile, un accordo doloroso e imperfetto, spiacevole per tutte le parti, o un orrore senza fine, in cui la guerra si trascina, i mercati impazziscono, le alleanze si indeboliscono e la regione si avvicina ogni giorno di più a uno scontro ancora più grande?

La risposta non è morale, ma strategica. Una fine terribile potrebbe essere un cessate il fuoco con dure concessioni, con garanzie internazionali, con un approccio graduale, con una riduzione progressiva della tensione e con una formula che non piace del tutto a nessuno. Ma questa fine, per quanto amara, apre una prospettiva. Un orrore senza fine non produce altro che stanchezza, radicalizzazione e caos.

La storia del Medio Oriente lo ha dimostrato più e più volte: quando le guerre iniziano con la promessa di un nuovo ordine, spesso finiscono per creare nuovi vuoti. Quando si dice che un regime sta per crollare, bisogna sempre chiedersi: chi lo sostituirà, chi controllerà il territorio, chi proteggerà i confini, chi controllerà i porti, chi controllerà l'esercito, chi garantirà l'approvvigionamento energetico?

Nel caso dell'Iran, queste questioni sono più serie della guerra stessa. Teheran non è un obiettivo isolato. È un nodo statale, ideologico, militare e regionale. Un attacco contro di essa produce ripercussioni nel Golfo Persico, in Libano, in Iraq, nello Yemen, nei mercati asiatici, nelle borse europee e nelle tasche dei cittadini comuni.

Pertanto, oggi la diplomazia non dovrebbe comportarsi come un commentatore di guerra, bensì come un pompiere dell'ordine internazionale. Cercare la fine della guerra non significa premiare l'aggressione, ma riconoscere che una guerra prolungata è spesso la forma più costosa di fallimento politico.

L'operazione statunitense "Project Freedom" mira a riaprire Hormuz e a ripristinare la libertà di navigazione, mentre Washington afferma di aver distrutto obiettivi iraniani e neutralizzato le minacce rappresentate da droni e missili. L'Iran nega queste affermazioni e continua a considerare la presenza statunitense una provocazione. Ciò significa che le parti non sono più in conflitto solo per il territorio o l'influenza, ma per la narrazione del controllo.

E quando due parti combattono non solo per vincere, ma anche per non apparire come se avessero perso, la diplomazia diventa ancora più difficile.

Perché oggi la questione non è più se il regime degli ayatollah finirà domani. La questione è se il mondo potrà resistere a un altro mese di crisi che tiene in ostaggio il mare, l'energia e i mercati.

In diplomazia, le vittorie assolute sono rare. La pace si costruisce solitamente su compromessi che all'inizio possono sembrare sgradevoli, ma che alla fine portano a risparmi ben maggiori dei danni. Questo potrebbe essere uno di quei momenti.

Meglio una fine terribile che un orrore senza fine./ Opuscolo

më mirë një fund i tmerrshëm se një tmerr pa fund gjergj zefi

2 Komente

  1. T
    Tironci

    Ne vend qe te shkruaj me ne fund shyqyr qe doli dikush ti shkaterroje dhe ti heqi qafe Ajetllahet, shkruan jo po lufta ska mbaru e gjera pa kuptim. Mendo pak se si Irani ka qene nga vendet me te zhvilluara ne gjirin Persik ne vitin 1989 kur ishte mike e partnere me USA e ku eshte sot kur te gjithe ato vende ne ate pjese te kontinentit kane pare nje zbvillim te jashtezakonshem duke shitur nafte kurse Irani ka bere mbrapa ose ka ngelur ne vend me ekonomine me te dobet ne rajon. I denuar me sanksione, duke pasur nje rregjim cnjerezor qe i vret njerezit pa pike meshire, e ngelur mbrapa teknegjollikisht e detyruar te shesi naften vetem tek Kina ku Kina e blen me cmim me te ulet se ce shesin te tjeret. Per momentin te gjithe aty po bejne namin duke shitur nafte me dyfishin e cmimit kurse Irani nuk shet dot asnje pike nafte.

    1. T
      Tony

      Wow, wo, Tironci me brekushe turqish t'zbardhe prej diellit e pono cop politiken e botes. Or cun zdroms, zdryp ere prej fiku, a t'q... rrethn e kapeles!

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