Il presidente serbo si reca a New York per fare pressione contro l'indipendenza del Kosovo, mentre la diplomazia albanese resta in silenzio di fronte a una campagna che rischia di sconvolgere gli equilibri nei Balcani...
Aleksandar Vučić sta preparando una delle offensive diplomatiche più aggressive dell'ultimo decennio sulla scena internazionale e la sua presenza all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York non è solo un viaggio cerimoniale.
Sullo sfondo di una regione dei Balcani tesa, con relazioni sempre più fredde tra l'Occidente e la Serbia, ma con una Serbia che continua a giocare con due obiettivi: la Russia e l'UE, questa visita arriva nel momento giusto per Belgrado e in quello pericoloso per il Kosovo e la politica albanese nella regione.
Marko Đurić, una delle figure più aggressive nel campo diplomatico di Vučić, mette pubblicamente in guardia da un "cambiamento nell'atteggiamento di una parte del mondo nei confronti del Kosovo".
In parole povere, si tratta di una dichiarazione di guerra diplomatica: la Serbia cercherà di convincere i paesi insicuri, indecisi o manipolati economicamente a cambiare posizione sul riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo.
Non è una novità, ma ora è più coordinato e vestito con il costume della vittima internazionale.
La Serbia si considera l'unico Stato della regione "attaccato dalle menzogne dell'Occidente", mentre sotto la copertura della neutralità militare mantiene stretti legami con Mosca, acquista armi dalla Russia e dalla Cina e usa i corridoi energetici ed economici come esca per i paesi africani e asiatici per attirarli nella sua orbita diplomatica.
In questo contesto, Pristina è il nemico che la Serbia sta cercando di spacciare per minaccia internazionale. Si prevede che la presenza di Vučić a New York mirerà non solo a "smantellare" la narrazione dell'indipendenza del Kosovo, ma anche a tentare di porre questa questione come un pericoloso precedente per la sovranità degli Stati, un'analogia che Belgrado usa per ottenere il sostegno dei Paesi con conflitti territoriali interni.
Cosa farà l'Albania?
Qui sta la domanda che la diplomazia albanese non ha ancora osato formulare ad alta voce. Invece di guidare un fronte attivo e sincronizzato con Pristina, la politica estera albanese è in ritardo nello scacchiere globale. Il governo di Edi Rama, sebbene vicino ai centri decisionali occidentali, non sta usando il potere di cui dispone nella diplomazia multilaterale per contrastare gli sforzi di Belgrado.
Il silenzio e il non impegno non sono neutralità, ma un contributo passivo al consolidamento della campagna serba.
Questa situazione richiede un'offensiva diplomatica congiunta tra Tirana e Pristina. Richiede un impegno nel Congresso degli Stati Uniti, nelle cancellerie dell'Europa occidentale e, soprattutto, sul campo, nei paesi di Africa, Asia e America Latina, dove la Serbia sta agendo per bloccare o revocare il riconoscimento del Kosovo. In questa battaglia, non c'è posto per orgoglio vuoto e protocolli formali. C'è posto per una diplomazia aggressiva, per i fatti, per i documenti, per le prove storiche e per un linguaggio politico chiaro che difenda la verità del Kosovo e il suo diritto a esistere come Stato.
Vučić non si rivolge all'ONU per fare la pace. Ci va per rompere le alleanze, per relativizzare i crimini del passato e per presentare la Serbia come uno "stato moderato" punito da un Occidente ipocrita. Se questa narrazione prenderà piede, il Kosovo, e con esso l'intero progetto albanese nella regione, subirà gravi colpi strategici./ Opuscolo
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