
In Montenegro i giornali cercano fondi di emergenza per sopravvivere, mentre in Albania lo Stato lascia che la stampa appassisca tra propaganda e indifferenza...
Mentre in Montenegro, tre dei quotidiani più antichi del Paese, Vijesti, Dan, Pobjeda, chiedono allo Stato fondi di emergenza per sopravvivere, in Albania la sopravvivenza della carta stampata si è trasformata in una silenziosa competizione per gli aiuti, dove il conto non viene mai diviso, ma spesso si dice "lasciateli chiudere, chi li legge più?".

Ma questa non è una discussione. È una scusa per l'indifferenza.
In tutta la regione, la carta stampata sta affrontando la stessa crisi: calo della tiratura, bassi introiti pubblicitari e uno Stato che investe più nella propria propaganda che nella protezione delle voci indipendenti. Se un tempo lo Stato minacciava i giornalisti con cause legali e multe, oggi li lascia semplicemente in bancarotta.
In Albania, fatta eccezione per poche testate sopravvissute, la stampa quotidiana è diventata un lusso. La distribuzione è in crisi, i punti vendita stanno scomparendo, mentre il governo non ha alcun meccanismo di sostegno per i quotidiani; nessun incentivo fiscale, nessuna politica di sussidi, nessun finanziamento per la stampa locale.
Non si tratta di elemosine. Sono investimenti nel pluralismo. Perché quando un giornale chiude, non è solo un'azienda a chiudere. Si chiude una finestra cruciale per la società.
Le richieste sollevate in Montenegro non sono un'eccezione nei Balcani, ma un allarme comune per tutte le fragili democrazie della regione. Se non si interviene con misure politiche e fiscali chiare per preservare la libertà di stampa, domani non avremo più bisogno della censura. La mancanza di sostegno sarà sufficiente a far sì che la voce si spenga da sola.
L'Albania non ha bisogno di un altro comitato di propaganda. Ha bisogno di un fondo per proteggere il pluralismo dei media. Di una politica che non distribuisca pubblicità statale come ricompensa per il servilismo, ma come sostegno alla professionalità. Ha bisogno di un approccio al servizio del cittadino, non del governo.
I giornali non sono documenti. Sono ricordi. Sono specchi. Sono l'archivio vivente di una società che ha il diritto di parlare, di criticare, di ricordare. Se li lasciamo chiudere, non siamo più cittadini di una democrazia, siamo spettatori del suo declino./ Opuscolo
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