Dalle promesse di pace agli ordini di bombardamento, Donald Trump ha costruito una diplomazia imprevedibile, in cui negoziati e guerra si svolgono simultaneamente, mantenendo il mondo in un perenne stato di incertezza.
Ormai da mesi il mondo vive tra speranza e ansia. La sera veniamo informati che si avvicina un cessate il fuoco, che i negoziati sono entrati in una fase decisiva, che i leader parlano di pace. Al mattino ci svegliamo con allarmi, missili e notizie di nuovi attacchi. Diplomazia è diventato un termine che cambia significato da un giorno all'altro.
Al centro di questa dinamica c'è Donald Trump. Il presidente americano ha costruito uno stile diplomatico insolito, in cui la massima pressione, le dichiarazioni eclatanti e i negoziati procedono di pari passo con una dimostrazione di forza militare. Un giorno annuncia che la guerra finirà "entro poche ore", il giorno dopo autorizza i bombardamenti o avverte di conseguenze ancora più gravi se l'avversario non si arrende.
Si tratta di una diplomazia "a congelamento e scongelamento". Una diplomazia che congela le speranze dell'avversario con le minacce e le scioglie con le promesse di un accordo. Un metodo che mira a mantenere l'altra parte in costante incertezza, senza farle sapere se si trova di fronte a un negoziatore o a un comandante.
Il problema è che questo approccio non genera incertezza solo nell'avversario, ma in tutto il mondo. I mercati non sapranno se investire o ritirarsi. Gli alleati non sapranno se prepararsi alla pace o alla guerra. Gli investitori non sapranno se comprare petrolio o aspettare. Anche l'opinione pubblica è stanca del ciclo quotidiano di dichiarazioni smentite dagli sviluppi sul campo.
Nel conflitto con l'Iran, ciò è stato evidente. Si parlava di cessate il fuoco, mentre gli aerei continuavano a bombardare. Si parlava di stabilità nello Stretto di Hormuz, mentre le flotte militari aumentavano di giorno in giorno. Si parlava di negoziati, mentre i missili continuavano a volare in entrambe le direzioni.
Questo modello non è nuovo. Trump lo ha utilizzato con la Corea del Nord, nelle relazioni commerciali con la Cina e nei rapporti con la NATO. Prima aumenta la tensione fino a livelli estremi, poi propone i negoziati come unica via per ridurla. Per i suoi sostenitori si tratta di un'efficace strategia di forza. Per i critici è un gioco pericoloso che mette a repentaglio gli equilibri internazionali.
Ma forse la conseguenza più grave non è di natura militare. È di natura psicologica.
Oggi, l'opinione pubblica non crede più né alle dichiarazioni di pace né alle minacce di guerra. Ogni annuncio viene accolto con sospetto. Ogni conferenza stampa è vista come parte di un gioco tattico. La diplomazia, che un tempo mirava a creare fiducia, produce esattamente il contrario: sfiducia.
Ecco perché il mondo oggi vive in uno stato di perenne incertezza. Non sappiamo se la notte si concluderà con un accordo storico o con una nuova ondata di bombardamenti. Non sappiamo se una dichiarazione presidenziale segnerà la fine della crisi o il suo inizio.
La storia ha dimostrato che la pace si fonda sulla fiducia. La diplomazia può esercitare pressioni, può persino ricorrere alla forza come ultima risorsa, ma non può sopravvivere senza prevedibilità. Quando ogni giorno porta con sé una nuova verità, anche la diplomazia perde la sua funzione.
Forse questo è il paradosso del nostro tempo: non temiamo più solo la guerra. Abbiamo cominciato a non credere più nemmeno nella pace./ Opuscolo
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