Con questa mossa, Erdogan sta giocando una partita pericolosa ma calcolata.
Gli arresti ordinati venerdì dalla Procura di Istanbul contro 37 alti funzionari israeliani sono solo l'inizio del procedimento giudiziario avviato dalla Turchia nei confronti di coloro che Ankara accusa di "atti sistematici di genocidio e crimini contro l'umanità" a Gaza.
In cima alla lista c'è il primo ministro Benjamin Netanyahu, seguito dal ministro della Difesa Israel Katz, dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, dal capo di stato maggiore dell'esercito Eyal Zamir e dal comandante della marina israeliana David Saar Salama.
I nomi delle altre 32 persone non sono stati resi pubblici.
Secondo la dichiarazione ufficiale, l'indagine comprende decine di casi in cui sono stati colpiti civili, tra cui donne e bambini, nonché la distruzione di ospedali e infrastrutture civili e l'ostruzione degli aiuti umanitari. Un alto funzionario turco ha affermato che gli ordini sono stati preparati su istruzioni dirette del presidente Recep Tayyip Erdoğan e che il processo è durato diverse settimane.
Secondo lui, l'ostacolo principale era la tempistica della pubblicazione degli ordini, poiché la Turchia era impegnata in delicate discussioni con gli Stati Uniti e i paesi intermediari in merito alla composizione della forza multinazionale che si prevedeva sarebbe stata schierata nella Striscia di Gaza.
"Sembra che il presidente abbia concluso che, data la forte opposizione di Israele alla presenza di truppe turche a Gaza e la propensione dell'amministrazione statunitense a sostenere la posizione israeliana, non c'era più motivo di aspettare", ha affermato l'alto funzionario.
Una strategia a due punte: punizione e affermazione internazionale
Tuttavia, la mossa di Ankara non è disgiunta dalle più ampie ambizioni di Erdogan. Egli non vede come una contraddizione il fatto che, mentre chiede punizioni per i funzionari israeliani, stia anche cercando di ottenere la partecipazione della Turchia alla forza di peacekeeping che supervisionerà la ricostruzione di Gaza.
Il presidente turco punta a rafforzare la posizione di Ankara come pilastro della politica americana in Medio Oriente, sfruttando gli stretti legami con l'amministrazione di Donald Trump, che ha descritto Erdogan come un "partner strategico per la pace e la prosperità della regione".
Questo è il tentativo più evidente della Turchia di tornare al centro della questione palestinese.
Per anni, Ankara è stata esclusa da qualsiasi processo negoziale tra Stati Uniti, Israele e Autorità Nazionale Palestinese.
Anche in periodi di buoni rapporti, come quello della stretta amicizia di Erdogan con l'ex primo ministro israeliano Ehud Olmert, Israele non ha mai considerato la Turchia un mediatore affidabile.
Scontri con l'Egitto e la corsa ai miliardi
Mentre la Turchia cerca di ottenere un ruolo nella ricostruzione di Gaza, l'Egitto guarda con diffidenza a questo coinvolgimento.
Il Cairo sostiene di essere il "candidato naturale" per guidare il processo di ricostruzione, sotto una struttura chiamata "Peace Board", che sarà guidata dallo stesso Donald Trump.
Questo processo garantisce entrate significative all'Egitto, tra cui l'assunzione di aziende egiziane, il commercio di materiali da costruzione e la riscossione di dazi doganali sui servizi da acquistare a Gaza.
In questo contesto, una forte presenza turca è vista come una diretta competizione economica e politica.
A questo si aggiungono le rivalità storiche tra i due Paesi:
• Scontri in Libia, dove Turchia e Qatar sostengono il governo riconosciuto a livello internazionale, mentre Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono il generale separatista Khalifa Haftar.
• L'accordo marittimo Turchia-Libia, che un tempo minacciava le esportazioni di gas egiziano verso l'Europa.
• E, infine, la diversa posizione nei confronti della Siria: mentre Erdogan ha abbracciato il nuovo leader siriano Ahmad al-Sharaa, Al-Sisi continua a mantenere le distanze.
Il timore dell'Egitto è che, con il sostegno di Trump, la Turchia possa assumere il controllo effettivo della sicurezza al confine tra Egitto e Gaza, cosa che il Cairo considera inaccettabile. Non a caso, il Ministro degli Esteri egiziano non ha partecipato alla conferenza organizzata dalla Turchia la scorsa settimana sul futuro di Gaza, sebbene Ankara abbia giustificato la sua assenza con "impegni precedenti".
La decisione spetta alla Casa Bianca.
In ultima analisi, la Casa Bianca avrà l'ultima parola sulla composizione della forza multinazionale, sul suo comando e sulla natura del mandato.
La bozza di risoluzione presentata dall'amministrazione Trump al Consiglio di sicurezza non chiarisce se le forze opereranno nell'ambito di un mandato delle Nazioni Unite o nel quadro di un accordo internazionale separato.
La Turchia ha avvertito che la sua partecipazione dipenderà dalla formulazione finale del documento.
Tuttavia, i diplomatici occidentali riconoscono che Erdogan probabilmente eserciterà una grande influenza sull'attuazione della risoluzione, anche se non sarà pienamente in linea con i desideri di Israele.
I nuovi conti di Erdogan
Con questa mossa, Erdogan sta giocando una partita pericolosa ma calcolata:
• Da un lato, si pone come difensore dei palestinesi e leader morale del mondo musulmano;
• D'altro canto, sta cercando di assicurarsi il sostegno della Casa Bianca e di Trump per un ruolo concreto nella ricostruzione di Gaza.
Se riuscisse a mantenere questo delicato equilibrio, la Turchia potrebbe tornare al centro della diplomazia mediorientale, dopo oltre due decenni di esclusione.
In caso contrario, Ankara rischia di essere nuovamente esclusa dal tavolo in cui si deciderà il futuro di Gaza e, con esso, il ruolo che Erdogan sta disperatamente cercando per sé e per la Turchia. / Adattato da The Haaretz
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