
Israele che crede di poter sostituire la diplomazia con il predominio militare, e il mondo arabo che si rifugia dietro vecchi miti, una regione impantanata nella povertà politica...
Per oltre mezzo secolo, il Medio Oriente ha pagato un prezzo terribile per il conflitto con Israele. Molte narrazioni nazionaliste, islamiste o marxiste presentavano Israele come una creatura fragile, sostenuta solo dall'Occidente, priva di coesione interna o di una reale legittimità. Questo mito alimentava le illusioni di un inevitabile collasso di Israele, mentre in realtà queste erano un surrogato della mancanza di progetti politici seri e una scusa per sottrarsi alla responsabilità storica nei confronti dei popoli arabi.
Ma mentre il mondo arabo rimane immerso in queste illusioni, d'altra parte, sta emergendo un'altra fantasia, forse ancora più pericolosa: l'idea che Israele non abbia più bisogno della politica. Che il predominio militare sia sufficiente. Che gli F-35 possano sostituire trattati, normalizzazioni o accordi di pace. L'ultimo attacco israeliano a Damasco, sincronizzato dopo i movimenti pacifici di Sweida, non è stato semplicemente un atto militare, ma un messaggio geopolitico: Israele non vuole più dialogo né partner. Si ritiene in grado di ridefinire la regione con la sola forza.
Questo modello assomiglia al "momento nasserista", ma nella versione israeliana: un progetto egemonico, basato sulla superiorità militare, in cui ogni accordo è visto come una minaccia esistenziale e ogni compromesso come debolezza. Ma la storia di Nasser ci insegna che senza un progetto politico sostenibile, anche la retorica più elettrizzante fallisce.
Israele oggi è caduto nella stessa trappola: crede che il predominio militare possa sostenere per sempre una regione caotica, senza bisogno di una visione politica o di costruire alleanze durature. Ma quando la politica viene sostituita dai bombardamenti e la legittimità si basa esclusivamente sulla forza, si crea un vuoto pericoloso, e in Medio Oriente i vuoti sono sempre colmati dal disastro.
Nel frattempo, il campo arabo continua a non riuscire a costruire un progetto politico comune per risolvere le crisi a Gaza, in Siria, in Libano, in Yemen, in Sudan e in Iraq. C'è una profonda riluttanza a credere che i regimi falliti possano essere realmente trasformati. Ma il crollo di un regime non dovrebbe essere visto come una "condizione da gestire"; al contrario, è un'opportunità per costruire alternative politiche che portino pace interna e stabilità regionale.
Il pericolo maggiore oggi non è solo la potenza militare di Israele, ma l'impoverimento politico che ha attanagliato l'intera regione. Gli arabi si rifugiano nella geografia come fonte della propria legittimità. Israele crede che la superiorità militare sia di per sé un progetto politico. Entrambe sono illusioni che portano solo stagnazione e violenza.
In fin dei conti, non siamo in una corsa agli armamenti, ma in una corsa narrativa. E senza una nuova visione politica, il vincitore di questa corsa potrebbe essere semplicemente il caos. / Opuscolo
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