
La fame come arma di guerra: mentre i bambini palestinesi muoiono di fame, i leader mondiali si nascondono dietro frasi diplomatiche...
A Gaza, la fame non è più solo una minaccia, ma una realtà ufficialmente dichiarata. Il Gruppo internazionale di monitoraggio della sicurezza alimentare (IPC), supportato dalle agenzie delle Nazioni Unite, ha dichiarato il 22 agosto che Gaza City è entrata nella quinta fase della crisi, quella che viene inequivocabilmente definita "carestia".
Oggi più di mezzo milione di persone sono in fin di vita, mentre entro la fine di settembre la cifra potrebbe raggiungere quota 641mila.
Secondo quanto riportato dal Washington Post e dall'Associated Press, almeno 112 bambini sono già morti per malnutrizione e, secondo Reuters, oltre 138 persone sono morte solo ad agosto a causa della mancanza di cibo e cure mediche. Questi non sono numeri aridi, sono la prova che la fame è diventata un'arma di guerra.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito la situazione "una catastrofe provocata dall'uomo". Amnesty International si spinge oltre, descrivendo la politica israeliana di embargo alimentare e distruzione delle infrastrutture di base come una strategia deliberata per far morire di fame la popolazione.
Il Guardian ricorda che per anni Israele ha persino controllato il calcolo delle calorie in entrata a Gaza, trasformando il pane in uno strumento di controllo politico. Eppure, nonostante questo schema disumano documentato, nulla cambia. Gli aiuti scarseggiano, i corridoi umanitari sono bloccati, mentre le grandi potenze si accontentano di dichiarazioni.
Mentre miliardi di euro e armi vengono spediti in Ucraina nel giro di pochi giorni, Gaza aspetta un sacco di farina. Mentre i leader occidentali parlano di libertà e diritti umani, i bambini palestinesi muoiono di fame in campi pieni di tende. L'America ha trasformato gli aiuti umanitari in uno strumento di pressione, l'Europa è caduta in un vergognoso silenzio, mentre il mondo arabo, che afferma di parlare a nome della Palestina, guarda dall'altra parte. Il silenzio è diventato complicità.
La negazione israeliana dell'esistenza della fame non nega la realtà. In ogni ospedale di Gaza sovraffollato, in ogni campo profughi, si vedono i corpicini di bambini che non ce la fanno più. I resoconti dell'IPC, del Washington Post, del Guardian, di Amnesty e della Reuters non sono propaganda, ma la documentazione di un crimine. Quando il cibo viene deliberatamente negato, non si tratta più di guerra, ma di una forma di lento genocidio.
Il mondo sa, ma non agisce. E questa è la cosa più terribile. Perché il silenzio internazionale oggi è più letale dei missili. Ogni giorno perso è un bambino in meno, un funerale in più, un capitolo più oscuro nella storia dell'umanità. Gaza è lo specchio in cui il mondo vede il suo brutto volto: una civiltà che afferma di proteggere i diritti umani, ma permette che la fame venga usata come arma.
Se non ci opponiamo oggi a questa ingiustizia, domani non avremo più alcun diritto morale di parlare di umanità, giustizia o pace. Gaza sta morendo di fame. Il mondo sta morendo di ipocrisia./ Opuscolo
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